Andrea Zucchi
"I Colonizzatori"
dal 24 settembre al 7 novembre 2009
First Gallery, via Margutta 14 Roma
Si intitola "I colonizzatori" la mostra che Andrea Zucchi ha in corso presso presso la First Gallery di Roma (dal 24 settembre al 7 novembre 2009, in via via Margutta 14, tel 06.3230673 –
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).
Sono gli spettri di quelle immense ondate migratorie che, incessabilmente, "invadono", più o meno pacificamente, il vecchio mondo occidentale, che a sua volta ha da tempo "invaso", a volte solo metaforicamente, a volte militarmente, quelli che un tempo erano chiamati "Terzo" e "Quarto" mondo, cercando di imporvi la propria cultura, il proprio sistema politico ed economico, le proprie griffes, il proprio modo di vivere e di pensare.
Su queste doppie e contrastanti ondate di colonanizzazioni reciproche e contrarie si snoda il nuovo ciclo di quadri di Andrea Zucchi, che vede come protagonisti strani personaggi dall'aria esotica (aborigeni della Nuova Guinea, guerrieri africani, monaci Shaolin, lottatori Sumo, Shadu, Naga, Tuareg, etc.) stagliarsi sullo sfondo di quelle straordinarie e modernissime cattedrali che sono le costruzioni degli "archistar" occidentali: musei, sale da concerto, stadi, centri commerciali, aereoporti, alberghi-grattacielo…
E, come sottolinea Marco Senaldi, autore del testo in catalogo, "lo scontro tra immagini così stridenti non fa che ricordarci come sia stridente la realtà che le ha prodotte e che ne permette la circolazione. Lo “scontro di civiltà” è al tempo stesso uno scontro di immagini, e la “guerra delle immagini” (come l’ha chiamata Marc Augé) è un’altra forma, e non la meno cruenta, di quel conflitto". Al punto che, scrive ancora il critico, "siamo portati chiederci chi colonizza chi, “chi è il governato e chi il governatore” – ovvero, in altre parole: che relazione ha l’immagine degli arcaici danzatori papua con l’asettica architettura contemporanea che ne costituisce lo sfondo? Portate al limite, le culture sono costrette a esibire il proprio punto di forza, che non sta in una fantomatica “identità”, ma nel fatto che anche quelle che presumono di valere per tutti e di elevarsi all’Universale, restano condannate al frammento, alla particolarità e all’idiosincrasia. Tra i due poli del rapporto – tra i lama tibetani mascherati e le forme sinuose del Museo dell’Ontario di Daniel Libeskind alle loro spalle (Toronto, 2009), o tra le donne guineesi artigianalmente agghindate e la shilouette super hi-tech dell’hotel Burj Al Arab di Dubai (Dubai, 2009) – alla fine, non è affatto detto chi avrà l’ultima parola, se l’Impero tecno-finanziario, o il caos. Il confronto tra queste due realtà indica solo un limite, una soglia dal duplice verso, in entrata e in uscita – che lascia col dubbio e non offre alcuna certezza risolutiva. I misteriosi personaggi folklorici sono gli ultimi irriducibili rappresentanti di popolazioni in via di estinzione, cancellate dal progredire della globalizzazione di cui l’architettura moderna è un simbolo evidente? Oppure, sono quelle città e quei monumenti urbani ad aver perso il loro significato, e ad essere stati conquistati da orde di terroristi travestiti da guerrieri barbari? Forse", conclude Senaldi, "dovremmo iniziare a domandarci se per caso gli ultimi esponenti della tipica tribù all’oscuro di tutto non siamo proprio noi, gli individui occidentali ultra-civilizzati, incapaci di capire tanto il folklore ancestrale, da cui pure proveniamo, quanto la tecnologia avanzata, di cui peraltro ci serviamo quotidianamente".
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ANDREA ZUCCHI |
dal 24 settembre al 7 novembre 2009 |











