Aron Demetz
Alla Biennale di Venezia
Aron Demetz, uno tra i protagonisti più innovativi e interessanti della nuova scena artistica italiana, è stato invitato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli a far parte del rinato Padiglione Italia della 53esima Biennale di Venezia, intitolato "Collaudi – omaggio a Filippo Tommaso Marinetti".
Nato a nato a Vipiteno nel 1972, fra i partecipanti della prima ora del progetto Italian Factory, Demetz, il cui lavoro è incentrato sulla ripresa e sulla ridefinizione, secondo canoni formali fortemente innovativi, della tradizione della scultura lignea tipica della Val Gardena, e il cui lavoro ha già attirato numerosi consensi sia in Italia che all'estero, ha esposto, per l'occasione, 8 grandi sculture in legno, raffiguranti altrettanti uomini e donne, nudi, in piedi su piedestalli, ricavati direttamente dal tronco grezzo dell'albero da cui sono state tratte le sculture, in posizione eretta, privi di alcun dettaglio, orpello, abito o altro accessorio, secondo una linea di progressivo asciugamento e di sintesi formale che caratterizza, da alcuni anni a questa parte, il lavoro del giovane artista altoatesino.
Una vera e propria "colata" di resina è scesa però a coprire le singole sculture, a partire dal volto, e dilagando via via su parte del busto, o delle braccia, o delle mani; una soluzione di grande impatto espressivo e di indubbia originalità formale, che contribuisce a far "vivere", seppur metaforicamente, le sculture di una vita propria: con gli sbalzi di temperatura, infatti, la resina tende a colare ulteriormente e ad assestarsi in maniera più o meno percettibile, facendo mutar forma ed espressione alla scultura stessa.
Questo nuovo ciclo di sculture, che alla Biennale stanno riscuotendo un enorme successo, si situano nel solco di quella grande "intensità formale" che caratterizza il lavoro recente di Demetz, di cui già scrisse il critico Danilo Eccher, che nel 2007 ha curato la grande mostra personale di Aron Demetz presso il Padiglione d'arte contemporanea di Milano.
"La forzatura linguistica e compositiva della resina caduta sull’opera", ha scritto infatti il critico, "evidenzia, con ulteriore forza espressiva, l’impossibilità di una verità data, di una realtà certa, di un racconto sicuro. Permane la fragilità del dettaglio, la ruvidità di un gesto, la ieratica impermeabilità di una figura; permane il segreto di un racconto non detto, solo accennato, debolmente intuito, permane l’enigma di un labirinto narrativo che non trova soluzioni. (…) La resina di Aron Demetz, come le fascine di Merz, rappresenta un processo alchemico di comunione con la natura, una sorta di rito sciamanico dove l’artista raccoglie, dalle ferite dell’albero, il liquido naturale per disporlo sull’opera e attendere il lento processo di cristallizzazione che ne trasformerà il corpo. La Natura entra nel lavoro e lo plasma, si deposita sulla narrazione e la guida, avvolge la figura e la modifica; è l’energia vitale che emerge, che lascia scorrere il proprio sangue, che penetra profondamente nell’anima. Ciò che il linguaggio aveva in parte soffocato nella propria disciplina grammaticale, la narrazione ha liberato sul piano simbolico, restituendo alla materia lignea il suo valore naturale, il suo potere evocativo, la sua essenza vitale".
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